Reggio Calabria: Operazione Califfo contro la cosca Pesce

E’ stato un “pizzino”, un biglietto scritto dal boss Francesco Pesce, 34 anni, dopo il suo arresto del 9 agosto scorso, a consentire ai carabinieri di ricostruire il nuovo organigramma del clan di Rosarno, uno dei più potenti della ‘ndrangheta. Francesco Pesce nel pizzino accreditava come capo del clan l’unico maschio libero della sua famiglia, il fratello Giuseppe, latitante, al quale cedeva il comando della cosca con una precisa indicazione in codice: “fiore per mio fratello”, affiancandogli una squadra di sei fidatissimi ‘ndranghetisti. Il “pizzino”, che doveva filtrare all’esterno del carcere, fu però intercettato. Insieme alle dichiarazioni di Giuseppina Pesce, da tempo collaboratrice di giustizia, e a quelle della testimone Maria Concetta Cacciola, che poi si è suicidata, ha consentito ai Carabinieri di ricostruire le nuove gerarchie della cosca e di colpirla con gli undici fermi eseguiti con l’operazione “Califfo”. Ma in contemporanea sono stati arrestati anche i genitori ed il fratello di Maria Concetta Cacciola. I tre sono accusati di maltrattamenti in famiglia e violenza o minaccia, che sarebbero state perpetrate per costringere la donna a ritrattare le sue dichiarazioni contro la cosca. La donna, che aveva 31 anni ed era cugina di Giuseppina Pesce, infine si è suicidata, nell’agosto scorso, ingerendo acido muriatico. Il padre della donna, Michele Cacciola, è cognato del boss Gregorio Bellocco. Il marito di Maria Concetta Cacciola è invece Salvatore Figliuzzi, attualmente detenuto. Dopo avere iniziato a testimoniare, la donna era stata trasferita in una località protetta. Poi decise di tornare a Rosarno per riabbracciare i figli. Pochi giorni dopo il suo suicidio.

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