Reggio Calabria: bancarotta fraudolenta, in carcere 10 professionisti

Dieci tra imprenditori e professionisti di Reggio Calabria sono stati arrestati nell’ambito di un’operazione, denominata ”Azzecca-garbugli”, portata a termine dalla Guardia di Finanza. Gli indagati sono accusati, a vario titolo, di concorso in estorsione, bancarotta fraudolenta e semplice ed altre ipotesi di reato previste dalla legge fallimentare. I finanzieri hanno anche sequestrato tre societa’ per un valore di circa 5 milioni di euro. L’inchiesta ha portato all’arresto in carcere di Brunella Latella e del marito Gaetano Tomasello. I due, secondo l’accusa, attraverso due societa’ di capitali formalmente estranee ma, di fatto, a loro riconducibili, durante il concordato preventivo relativo alla societa’ Doc Market, hanno fatto valere crediti fittizi per ingannare i creditori ammessi alla procedura. Il mantenimento della gestione di fatto da parte di Brunella Latella sarebbe stato schermato con la costituzione di due nuove aziende, con successivi intrecci societari, affitti di rami di azienda e, infine, grazie all’interposizione di alcune fiduciarie milanesi. Con queste manovre, secondo l’accusa, gli indagati avrebbero distratto il patrimonio della societa’. Parte delle liquidita’ sottratte erano confluite in un fondo patrimoniale appositamente costituito. Le indagini hanno permesso di accertare un ruolo attivo di noti professionisti reggini, avvocati e commercialisti, autori degli ”aggiustamenti” legali-contabili che hanno consentito la distrazione del patrimonio. Tra gli arrestati, ai domiciliari, figurano gli avvocati Carlo e Giuseppe Grillo ed i professionisti Gabriella Tomasello, Antonino Latella, Vincenzo Scarcella e Damiano Viglianisi. Indagato anche l’ex consigliere comunale del Pdl Dominique Suraci, già arrestato nell’operazione “Sistema – Assenzio”. E’ stata anche accertata una vera e propria estorsione ai danni dei dipendenti. L’indagine e’ scaturita anche dalle denunce dei lavoratori di alcuni supermercati che lamentavano, da alcuni mesi, di non percepire lo stipendio e temevano il licenziamento. In particolare, gli indagati avrebbero costretto i dipendenti a consegnare o a rinunciare ad una quota dello stipendio risultante dalla busta paga.

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