Cosenza: ripreso il trasferimento dei Rom nella tendopoli provvisoria


All’alba di oggi è ripreso il trasferimento dei Rom nella tendopoli temporanea allestita dal Comune di Cosenza. Con servizi, controllo sanitario e anche sorveglianza. Cosa che non deve essere piaciuta a tutti, visto che molti hanno preferito allontanarsi dalla città. Una settantina di persone, molte donne e bambini, intere famiglie, alloggiavano ancora nel Ferhotel della stazione ferroviaria, a poca distanza dalla tendopoli. Loro sono quelli che, in questi ultimi mesi, hanno vissuto meglio. Gli altri, eccoli: in baracche di legno e cartone, alla mercè di cani e di topi, in mezzo alla spazzatura, lungo il fiume Crati. Al freddo in inverno e al caldo asfissiante d’estate. Questo è il loro bagno, che scarica direttamente nel fiume. I vigili urbani hanno iniziato a consegnare loro le ordinanze di sgombero. E le ruspe hanno iniziato a cancellare questo scempio. Umano, prima che urbano. Molti di loro, a dire il vero, hanno preso bene il trasferimento nella tendopoli, che prelude ad altre soluzioni, ancora da concertare con la prefettura. Altri Rom invece non vogliono lasciare le loro baracche. E ce le fanno visitare. Letto, mobili, cucina. Perfino la cyclette. E la tv satellitare. Chiamarli nomadi diventa difficile, visto che abitano ormai qui da anni, nella cecità volontaria di politica ed istituzioni. Ma ognuno di loro, di fianco alla sua preziosa baracca, ha un cumulo di rifiuti. Spesso si tratta di una sorta di deposito, visto che comprende oggetti tutti dello stesso tipo. Dovunque, che diventa difficile anche fare delle riprese video in rispetto delle leggi, ci sono bambini che giocano. Tra i rifiuti. E che spesso non vengono mandati a scuola. In questa città, a Cosenza, come in tante altre, ci sono molte comunità di stranieri e migranti: filippini, coreani, polacchi, ucraini, africani, oltre che quelle storiche di ebrei e albanesi. Loro hanno voluto, e saputo, integrarsi. Hanno un lavoro, ne’ più ne’ meno degli autoctoni, con i relativi problemi per trovarlo e per mantenerlo. E hanno le loro usanze, le loro culture, le loro abitudini. Ma convivono con il resto dei cittadini. I Rom, invece, preferiscono questo villaggio. Vogliono vivere in tribù, senza lavoro, o meglio, raccattando qua e là ciò che trovano. E spesso rubano, diciamolo francamente. Lo dicono i rapporti della polizia. Come il caso del rame e dei coperchi metallici dei tombini, che in città continuano a sparire. Adesso: è razzista chi vuole fare in modo che queste persone trovino un loro futuro, abbiano una vita decente e possano far parte della società in cui, volontariamente, hanno scelto di vivere o è razzista chi preferirebbe che continuassero a stare qui, nel fango, nella melma, nella spazzatura, nel fetore infernale che dopo un’ora ti provoca il mal di testa? Cosa dovremmo dare a questa persone, se non la possibilità di integrarsi nel mondo che gli sta intorno? Lo hanno fatto i nostri emigrati, che pure continuano a fare le loro processioni folkloristiche, in tutto il mondo, ma non vivono in tribù e nei rifiuti. E hanno trovato posti ambiti nelle società in cui sono stati accolti. E nessuno ricorda più se sono calabresi o siciliani. Sono uomini, esseri umani con responsabilità e valori. Che valore hanno queste persone, invece, lasciate sulla sponda di un fiume, lontani dai nostri sguardi di benpensanti. Alla mercè della loro “cultura”. E già: la cultura. Ma quale cultura puo’ giustificare di vivere qui e in queste condizioni? E’ ora di far terminare questo scempio. E’ ora di ridare a queste persone il loro libero arbitrio, che evidentemente non ricordano neanche di avere. E’ ora di ridare loro la dignità di popolo. E di persone. Là fuori c’è un mondo che ha delle regole. Chi non le accetta, puo’ andarsene. Chi vuole far parte di questo mondo è il benvenuto. La sua cultura sarà rispettata. Se non infrange le regole del vivere civile. Se non mina la sicurezza sociale. Se non attenta alla salute pubblica. Altrimenti, quelle a rischio sono la mia vita e la mia cultura. Che direte, adesso: che sono io a non volere la convivenza con loro?

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