Catanzaro: corruzione, arrestato magistrato della Corte d’Appello

Un magistrato della Corte d’Appello di Catanzaro, Marco Petrini, è stato arrestato nell’ambito di un’indagine per corruzione in atti giudiziari coordinata dalla Procura della Repubblica di Salerno. Sono in tutto otto le persone coinvolte nell’inchiesta, avviata nel 2018: sette sono state raggiunte da una custodia cautelare in carcere e una agli arresti domiciliari. Le accuse sono di corruzione in atti giudiziari. Per alcuni di essi è stata contestata l’aggravante del metodo mafioso. Oltre al giudice sono coinvolti anche un avvocato del foro di Catanzaro, Marzia Tassone, e uno del foro di Locri, Francesco Saraco, quest’ultimo sottoposto ai domiciliari. Il magistrato avrebbe ottenuto consistenti somme di denaro, oggetti preziosi, prestazioni sessuali, in cambio di processi penali, civili e tributari favorevoli agli stessi indagati o a persone a loro legate. In alcuni casi, Petrini avrebbe permesso di ottenere assoluzioni o consistenti riduzioni di pena rispetto ai processi di primo grado, alterando anche provvedimenti di misure di prevenzione già definite in primo grado. Oltre allo stesso giudice, la figura centrale dell’indagine è quella di Emilio Santoro, medico in pensione ed ex dirigente dell’Azienda sanitaria provinciale di Cosenza. Sarebbe stato lui a pagare mensilmente il magistrato per garantirsi i suoi favori, cercando anche nuove occasioni di corruzione attraverso i rapporti con persone che avevano avuto sentenze di primo grado sfavorevoli. A confermare le accuse sono state effettuate intercettazioni audio e video. Tra i processi finiti nell’indagine c’è anche quello di un ex consigliere regionale della Regione Calabria, Pino Tursi Prato, che avrebbe riottenuto il vitalizio nonostante una condanna definitiva nel 2004 a sei anni di reclusione con interdittiva perpetua dai pubblici uffici. Il giudice avrebbe anche favorito alcuni candidati nel superamento del concorso per l’abilitazione alla professione di avvocato. Le indagini hanno anche evidenziato la condizione economica precaria del giudice, che avrebbe posto lo stesso nelle condizioni di ricercare sempre nuove somme di denaro per mantenere un elevato tenore di vita. A casa del giudice sono stati sequestrati 7000 euro in contanti, contenuti in una busta. L’indagine è stata condotta dalla guardia di finanza di Crotone e dallo Scico ed ha permesso di evidenziare la “sistematica attività corruttiva” del presidente di Sezione della Corte d’Appello di Catanzaro e presidente della Commissione provinciale tributaria.

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